Radio Belluno

LA STORIA

Quarant’anni fa l'inizio dell’avventura di Radio Belluno

Cominciò a trasmettere tra l’1 e il 2 novembre scene alla Fantozzi, sequestri e “minacce”

 

BELLUNO. Anno 1975, sette pionieri del mondo radiofonico, un unico obiettivo: dar vita a una radio bellunese, in un periodo in cui a poter trasmettere era solo la Rai. La prima radio della provincia, e una delle primissime in Italia, nasceva proprio 40 anni fa. Si chiamava Radio Belluno. Protagonisti di questa avventura sette ragazzi, poco più che ventenni: Renzo Beltrame, Gianpiero Bolzan, Mario Danieli, Mirco Papes, Claudio e Roberto Trevisson, Vittorio Cannicci (scomparso da poco), più la mascotte del tempo Pierluigi Mezzomo. E i sette fondatori si sono incontrati ieri alla Miniera di Piazza Santo Stefano, dove è stata allestita una mostra. E a distanza di 40 anni uno di loro, Papes, racconta la vera storia della nascita di Radio Belluno.

Iniziare non fu semplice: in quel periodo mettere in piedi una radio libera era reato...

«Proprio così. A quel tempo c’era solo la Rai a poter trasmettere», spiega Papes. «Si girava la manopola della radio in modulazione di frequenza e si trovava solo la Rai. La famosa sentenza della Corte Costituzionale che liberalizzava le radio libere in ambito locale sarebbe arrivata soltanto un anno dopo. Poi, nell’estate del 1975 lessi su “Panorama”, cui ero abbonato, e che non era ancora di Berlusconi, un articolo su alcune radio che avevano cominciato, tra sequestri e dissequestri, a trasmettere in Italia».

Le difficoltà erano molto probabilmente anche di tipo strettamente tecnico...

«Nell'articolo si faceva riferimento, oltre ai problemi di carattere giuridico, anche alle difficoltà di procurarsi il trasmettitore, in quanto simili apparecchi non esistevano in commercio e bisognava adattare vecchi trasmettitori militari oppure trovare dei tecnici disponibili e in grado di costruirli. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto nel bellunese, per saperne di più decisi di mettermi in contatto con chi fece l'inchiesta su “Panorama” (che, tra l'altro, non era neppure firmata). Telefonai alla redazione e dopo alcuni giorni riuscii a parlare con il giornalista e ad avere nomi e contatti di due tecnici citati in forma anonima nell'articolo. Li contattai entrambi: un tecnico di Brescia che chiedeva un milione di lire e uno di Parma che ne voleva addirittura due. Cominciai a parlarne con gli amici per tentare di coinvolgerli, ma non era facile. Parlavo loro del progetto, dicevo che bisognava mettere a disposizione i propri dischi, tirar fuori dei soldini, che quasi sicuramente saremmo stati denunciati, che ci avrebbero sequestrato le apparecchiature e che avremmo dovuto affrontare magari un processo. A quel punto aspettavano sempre che elencassi le cose positive, ma queste non c'erano e allora mi guardavano male e mi dicevano che ero un pazzo. Comunque, alla fine, tra tanti “no”, riuscii a ottenere qualche “sì”. Seguirono due viaggi a Brescia: uno per ordine e acconto, il secondo per saldo e ritiro di trasmettitore e antenna».

 

 

 

La scelta della sede ricadde su Nogaré: perché?

 

«Furono necessarie prove tecniche per trovare una sede adatta: avvenivano delle scene alla “Fantozzi”. Lo “sfigato” della compagnia sul tetto (di notte) in piedi a tenere fermo il palo dell'antenna per ore, mentre altri giravano in auto con l'autoradio per verificare dove e come arrivasse il segnale. Naturalmente allora non c'erano telefonini e non si poteva comunicare, quindi dopo aver girato tra le varie località della Valbelluna si tornava alla base per gridare allo sfortunato sul tetto di provare a girare l'antenna di qualche grado e poi, tra le imprecazioni che venivano dall'alto, ripartire di nuovo per verificare se c'era stato un miglioramento o un peggioramento. Ci furono delle prove tecniche a Cavarzano e a Sois, ma poi la scelta cadde su Nogaré. Non mancarono le disavventure. Una vecchia Seicento di sedici anni e di sesta mano, che aveva resistito a un viaggio fino in Turchia appena due mesi prima, cedette di schianto al ritorno da Udine durante una infruttuosa ricerca del solito trasmettitore. Ci fu anche una Lancia Flavia fusa sul Fadalto al ritorno dal primo congresso Anti (Associazione radio libere), svoltosi a Firenze, cui avevamo partecipato in quanto associati».

Quando la fatidica data in cui iniziaste a trasmettere?

«Radio Belluno iniziò a trasmettere abusivamente la notte tra l'1 e 2 novembre 1975. Le prime note che si propagarono nell'etere della Valbelluna furono quelle dell'album "The Dark Side Of The Moon" dei Pink Floyd. Emozione e paura furono grandi, anche perché in quegli anni il 2 novembre, che è il giorno della commemorazione dei defunti, la Rai non trasmetteva assolutamente musica leggera. Un giorno migliore o peggiore non potevamo scegliere per iniziare. Presentammo una denuncia di possesso del trasmettitore in Questura ma non venne accettata, forse perché non sapevano pure loro come comportarsi. Scrivemmo alle case discografiche affinché ci inviassero gratuitamente dei dischi, ma arrivarono soltanto 45 giri e non era certo quel genere di musica che volevamo mettere in onda. Il primo periodo fu accompagnato da piccoli inconvenienti tecnici, come quella volta che invertimmo i collegamenti tra giradischi e microfono e andarono in onda le nostre chiacchiere anziché la musica. La sigla iniziale era “Highway Star” dei Deep Purple mentre a notte fonda si chiudeva con “If” dei Pink Floyd».

E le reazioni degli ascoltatori?

«Aumentavano sempre di più e solo con il passaparola, perché ovviamente la nascita della radio non fu pubblicizzata in alcun modo. Elogi e critiche cominciarono ad arrivare: c'era chi ci incoraggiava, felicissimo di poter ascoltare per la prima volta e senza interruzioni artisti internazionali e cantautori italiani come Guccini e De André, che mai venivano trasmessi dalla Rai. C'era poi chi voleva più musica italiana e chi ci criticava giustamente per il nostro inglese scolastico».

Quali altri “imprevisti” doveste poi fronteggiare?

«Strani personaggi, alcuni muniti di strumenti tipo “Capitan Ventosa”, iniziavano a girovagare di sera attorno alla radio e questo sicuramente non ci tranquillizzava. Venimmo convocati pure dalla Siae che aveva l’ufficio in piazza Santo Stefano. E lì subimmo un interrogatorio finalizzato a una nostra confessione che non arrivò, fino a quando il responsabile aprì un cassetto sulla scrivania e fece apparire il mitico registratore “Geloso” con inciso le nostre voci andate in onda la sera prima... Nonostante Radio Belluno non avesse alcuna entrata e non ci fosse al tempo alcun accordo o regolamento per le radio in Italia, la Siae minacciava e pretendeva il pagamento di tariffe inconcepibili: 50.000 lire al giorno. Ansia e paura cominciarono a prendere il sopravvento, avviliti e demoralizzati diventammo facili “prede”. Fummo contattati da una persona molto in gamba, brava, simpatica, con mille interessi, con amici importanti in città e che dopo averci “pesati” ci propose di unirci a lui e ad altri suoi quattro amici per continuare insieme l’avventura. Non eravamo molto convinti, ma non avevamo molte possibilità. Si continuava da soli nonostante la Siae e le probabili noie giudiziarie ed economiche oppure si accettava la collaborazione. Alla fine, poco convinti, accettammo. Pensavamo ingenuamente che, visto che noi eravamo in sette e gli altri in cinque, nel caso fossero sorti dei problemi avremmo avuto comunque la maggioranza nelle decisioni. Da qui in avanti comincia purtroppo un’altra storia, fatta di incomprensioni e continui litigi su conduzione della radio e indirizzo anche politico che stava prendendo. Fu introdotto un notiziario locale, la pubblicità e la sede fu cambiata: da Nogaré a palazzo Minerva in via Rialto. La radio cambiò persino nome, da Radio Belluno a R.T.D. e cominciò a trasmettere sempre più musica commerciale accompagnata da dediche. Il 14 maggio avvenne il sequestro da parte della Polizia postale su mandato della Pretura di Belluno. Funzionari dell'Escopost di Venezia sequestrarono tutte le attrezzature: fu risparmiata soltanto l'antenna sul tetto perché troppo difficile da raggiungere. La radio ormai era diventata molto popolare e furono molte le prese di posizione. Furono raccolte migliaia di firme di protesta e fu singolare che nell’elenco mancassero proprio le nostre sette, nonostante il 90% del materiale sequestrato fosse di nostra esclusiva proprietà. Ma ormai vivevamo come separati in casa e che la nostra (loro) radio si fosse fermata non ci dispiaceva poi così tanto...La difesa composta dall'avvocato genovese Eugenio Porta e da altri avvocati di Belluno chiese subito il dissequestro, che arrivò però solo il 21 giugno. La radio riprese l'attività dopo 40 giorni e poco dopo anche la Corte Costituzionale sentenziò che le radio libere potevano esistere. Lunedì 5 luglio 1976, ore 23, dopo l'ennesima discussione, avvenne la rottura definitiva. I sette amici fondatori di Radio Belluno decisero che era giunto il momento di andarsene e si ripresero trasmettitore, antenne e tutte le attrezzature che erano di loro proprietà. Dopo alcuni giorni la radio riprese a trasmettere con nuove apparecchiature e nuovi conduttori...ma questa sarà un’altra storia ed è giusto che a scriverla sia chi la continuò. Importante è che venga raccontata giusta. E soprattutto inizi da qui (luglio 1976) e venga lasciato perdere “il prima” come purtroppo non è accaduto in passato da parte di chi l’ha raccontata attribuendosi meriti inesistenti e dimenticando chi fossero stati i veri e primi fondatori».